Riccardo Magnani – L’America antidiluviana del 1451 di Piero della Francesca Tempio Malatestiano di Rimini

333746_2597267653989_12969363_oUn particolare apparentemente anacronistico e privo di fondamento, laddove decriptato, apre la via a stanze di conoscenza che possono riservarci sorprese inattese addirittura in grado di riscrivere gran parte di quanto fino ad oggi diamo per acquisito in forma accademica, se non addirittura contrastare in maniera solida parte del dogma che ci è stato impartito (senza ovviamente cambiarne il senso, dato che per definizione un dogma è una verità incontrastabile, vera o presunta che sia, e impone l’obbedienza assoluta). Riccardo Magnani, studioso lecchese poco avvezzo alle ricostruzioni accademiche unanimemente riconosciute, di particolari anacronistici ne sta individuando una serie corposa, tanto da poter oggi rimettere in serio dubbio tutta l’impalcatura storica di facciata su cui la società odierna si fonda. Nato a Lecco il 25 gennaio del 1963, lo studioso ha al suo attivo diverse pubblicazioni e scoperte. E’ in procinto di pubblicare una trilogia in cui sono espresse le sue principali ricostruzioni.

Il Tempio Malatestiano di Rimini è la chiesa maggiore della città e, per questo motivo, è usualmente indicato dai cittadini come il Duomo; rinnovato completamente a partire dal 1447 con il contributo di artisti come Leon Battista AlbertiMatteo de’ PastiAgostino di Duccio e Piero della Francesca, è, sebbene incompleta, l’opera chiave del Rinascimento riminese ed una delle architetture più significative del Quattrocento italiano in generale.

Sotto la signoria di Sigismondo Pandolfo Malatesta, venne da subito deciso di sistemarvi una cappella dedicata a San Sigismondo, santo omonimo nonché patrono del committente, affidando il progetto inizialmente al veronese Matteo de’ Pasti, salvo poi affidare il restante restauro al più quotato Leon Battista Alberti.

Non è qui mia intenzione fare una analisi del Tempio; voglio invece portare l’attenzione su qualcosa di molto significativo, in ordine a definire, o meglio dovremmo dire ri-definire, gran parte della nostra storia e degli accadimenti che l’hanno caratterizzata; mi riferisco a un dipinto di Piero della Francesca presente nell’ultima parte del Tempio, quella appunto caratterizzata dagli interventi di Pandolfo Sigismondo Malatesta.

Qui si colloca l’affresco di Piero della Francesca  del 1451 che, secondo il parere di biografi e gli accademici  ritrae Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a san Sigismondo; in questo dipinto “la glorificazione del committente ha il culmine, il tema religioso si intreccia con aspetti politici e dinastici, come nelle fattezze di san Sigismondo che celano quelle dell’imperatore Sigismondo del Lussemburgo, che nel 1433 investì il Malatesta come cavaliere e ne legittimò la successione dinastica, ratificandone la presa di potere” (De Vecchi-Cerchiari).

San Sigismondo y Sigismondo Malatesta, de Piero della Francesca

San Sigismondo y Sigismondo Malatesta, de Piero della Francesca

Nel corso dei miei studi in relazione al Rinascimento italiano, innescato dal tentativo esperito da Cosimo de’ Medici di riunificare la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente attraverso il concilio tenutosi nel 1438-1439 a Firenze, documentato da Benozzo Gozzoli nei dipinti di Palazzo Medici-Ricciardi a Firenze, ho potuto riscontrare diverse anomalie rispetto alle ricostruzioni ufficialmente riconosciute ad oggi, al punto da cambiare completamente la mappatura delle opere e di alcuni accadimenti che, storicamente e politicamente, avranno poi assunto un ruolo di rilevanza assoluta, come ad esempio la scoperta dell’America; ufficialmente la si fa risalire, come tutti sanno, al 12 ottobre 1492, data che casualmente coincide con la data in cui l’autore di questo dipinto, Piero della Francesca, muore a Borgo San Sepolcro.

Per quanto attiene a tutte le anomalie da me riscontrate, di cui all’accenno precedente, rimando alle tre pubblicazioni che sto finendo di editare. Nel caso puntuale di questo mio articolo, invece, voglio porre l’attenzione su ciò che questo dipinto di Piero della Francesca stia a rappresentare, ovvero una raffigurazione dell’America del Nord esattamente 41 anni prima della scoperta ufficiale del nuovo continente attribuita a Cristoforo Colombo (sulla cui identità ho già avuto modo pubblicamente di dibattere a lungo, motivo per il quale non ritengo opportuno soffermarmi oltre, anche per la totale ininfluenza della circostanza dopo quanto andrò a motivare in questa sede).

L’affermazione di poc’anzi, ovvero che questo dipinto “stia a rappresentare una raffigurazione dell’America del Nord esattamente 41 anni prima della scoperta ufficiale attribuita a Cristoforo Colombo” è facilmente riscontrabile dall’osservazione e dal raffronto con quanto oggi sono le terre emerse sul nostro pianeta in corrispondenza del territorio nordamericano, come mostrato in figura:

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E’ inutile tediarvi con una narrazione puntuale delle singole località ravvisabili nel dipinto riminese; mi limiterò a sottolineare come esista un solo territorio circoscritto alle coste del Golfo del Messico a sud e alle isole dell’Arcipelago Artico canadese a Nord, e si chiama America del Nord. Ufficialmente scoperta il 12 ottobre 1492 da Cristoforo Colombo, così almeno recitano i testi di storia, come si dimostra in questa circostanza l’America era conosciuta già sin dai tempi in cui, nel 1451, Piero della Francesca viene chiamato a decorare le pareti del Tempio Malatestiano di Rimini.

Analizzando il dipinto, alla sinistra di un deferente Pandolfo Sigismondo Malatesta, non troviamo Sigismondo d’Ungheria bensì Gemisto Pletone, ovvero colui il quale, nel 1438, guidò il seguito di filosofi, matematici e astronomi che accompagnarono Giovanni VII il Paleologo al Concilio di Firenze, portando con sé, a questo punto con certezza pressoché incontrovertibile, mappe astronomiche e geografiche di assoluto rilievo, rimandanti a quel mondo pre-cristiano bizantino di cui la Biblioteca Alessandrina era la massima testimonianza, più volte ferocemente e gravemente minacciata e definitivamente distrutta nei primi secoli dopo Cristo, grazie anche agli editti di costantino conseguenti al Concilio di Nicea del 325 d. C.

Non tratterò in questa sede il ruolo di Gemisto Pletone e il suo venir spesso confuso nelle interpretazioni degli studiosi con altri personaggi, a volte immaginari, come nel caso di quell’Ermete Trismegisto raffigurato in Duomo a Siena e talvolta con personaggi reali, quale addirittura Leonardo da Vinci (la mia peculiarità di studio preminente) nel dipinto di Raffaello nei Musei Vaticani, La Scuola di Atene; quello che universalmente viene ritenuto essere Leonardo da Vinci, rappresentato da Raffaello nei panni di Platone con il Timeo sottobraccio, in realtà è nuovamente Gemisto Pletone che discute Basilio Bessarione, anch’egli al seguito di Giovanni VII il Paleologo durante il Concilio fiorentino. Nel 1439, infatti, Pletone scrisse sulla differenza tra la filosofia platonica e quella aristotelica, da cui nacque una forte polemica tra i platonici, sostenuti anche da Basilio Bessarione, e gli aristotelici. Il contrasto verteva sull’idea che fosse possibile, seguendo la concezione platonica, una possibile unificazione delle diverse religioni. Secondo Pletone nella filosofia platonica, erede di quella zoroastriana, era tratteggiato il modello di una società ideale teocentrica fondata sul culto del dio Sole, e chiaramente Raffaello pone l’accento su questo episodio.

Mi tocca fare una precisazione, necessaria per meglio comprendere la sintesi di cui si compone questo scritto: gran parte degli artisti rinascimentali, oltre ad essere stati ottimi pittori, erano a loro volta dei cronisti del tempo che vivevano; attraverso le proprie opere, dunque, testimoniavano la vita di tutti i giorni, a maggior ragione laddove vi erano conflitti di natura politica e ideologica come quelli fortemente caratterizzanti questo periodo storico di importanza assoluta, non fosse altro che per il fatto che è in questo periodo che è stato gettato coltivato il seme che ha filiato l’attuale situazione economico-politica attuale (naturalmente inserisco il potere spirituale rappresentato dalle religioni tutte nella caratterizzazione politica, per ovvii motivi). Per questo motivo, e proprio in virtù di altre rappresentazioni di Gemisto Pletone da parte di artisti terzi rispetto a quelli citati, mi permetto di fare una simile affermazione.

Proprio in virtù di ciò, è Sandro Botticelli, attraverso il suo dipinto più famoso, ovvero la nascita di Venere, a darci nuovamente una rappresentazione dell’America anteriore allo sbarco di Cristoforo Colombo del 1492. Anzi, a differenza di quanto fa Piero della Francesca, e decisamente con minor accuratezza e precisione, attraverso l’uso dei personaggi raffigurati e delle loro vesti Botticelli inserisce nell’opera l’intera rappresentazione del globo terrestre, in una sorta di planisfero molto semplificato, ma inequivocabile nel soggetto raffigurato, come si può notare dai particolari portati alla vostra attenzione qui di seguito, in raffronto alla prima rappresentazione dell’America unanimemente riconosciuta, ovvero quel planisfero di Waldseemuller del 1507, a sua volta anacronistico relativamente alle date delle scoperte ufficiali delle scoperte geografiche del nuovo continente, con le coste occidentali dell’America del Sud troppo precise rispetto alla circumnavigazione di magellano del 1522.

Nel dipinto di Botticelli richiamato, il velo rosso della donna a destra raffigura l’America del Nord nella parte verso la Venere, mentre raffigura l’Asia nella parte a destra del dipinto; a sua volta la Venere raffigura l’America del Sud, e la Sigizie a sinistra, l’androgino, il Rebis che insuffla lo Spirito Vitale rappresenta, capovolto, la Terra Australis, presente in tutte le carte dei primi anni dopo la scoperta del nuovo continente. Lo spirito insufflato assume così la giusta direzione con cui gli Alisei soffiarono risultando fondamentali ad acconsentire ai primi navigatori di raggiungere le coste dell’Oceano Atlantico opposte alle coste spagnole e portoghesi.

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Non sarà complicato, dopo quanto appena prospettatovi, comprendere come lo stesso Leonardo da Vinci fosse a conoscenza di questi aspetti cartografici, essendo egli stato cresciuto sotto l’ala protettrice di Gemisto Pletone, Marsilio Ficino e l’Accademia neoplatonica tutta, sin da ragazzino; né sarà azzardato pensare a delle conoscenze geografiche in materia di cartografia laddove lo stesso espressamente lamenta al padre di Ginevra Benci, ritratta tra il 1474 e il 1480, la restituzione di un suo mappamondo.  Dopotutto, lo stesso Bramante, in un famoso dipinto del 1477 (Eraclito e Democrito), si ritrae con Leonardo da Vinci e un mappamondo che li separa.

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Per questo motivo, e in conseguenza delle risultanze dei miei studi che per ovvii motivi qui tralascerò, ma che riconducono all’identificazione di una intera sala dipinta da Leonardo tra il 1459 e il 1469, voglio rimandarvi all’osservazione del planisfero descritto da Botticelli nella sua opera in raffronto con il planisfero di Leonardo da Vinci, conservato a Palazzo Besta in Teglio, Valtellina, qui di seguito riproposto, in cui poter apprezzare anche l’accostamento con la Terra Australis, disegnata in calce al planisfero e recante la scritta incisa “Terra Australis anno 1459 sed nondum plena cognita”.

Una ulteriore curiosità in merito a queste vicende, deriva dal fatto che il padre di Ginevra Benci si chiamasse Giovanni di Amerigo, e il fratello Amerigo; divenuto rapidamente direttore della filiale ginevrina del Banco Mediceo, divenendone socio in sostituzione del padre, Amerigo ebbe l’opportunità qui di lavorare a stretto contatto con Francesco Sassetti, colui il quale, unitamente a Poggio Bracciolini, accompagnò nel 1459 a Milano (e presumibilmente poi a Teglio in Valtellina) un giovanissimo Leonardo da Vinci.

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Questa circostanza è confermata da tre dipinti: il primo è un dipinto in cui un giovane Leonardo è raffigurato nell’unico affresco restante della sede del palazzo del Banco Mediceo di Milano mentre legge Cicerone, mentre nei restanti due, entrambi del Ghirlandaio, il giovane Leonardo è ritratto una volta a fianco di Francesco Sassetti e l’altra al fianco di Poggio Bracciolini, e sempre con la città di Lecco alle spalle.

Non andrò ulteriormente in profondità alle vicende ricostruite, sebbene il materiale in tal senso non mi difetti ma anzi abbondi; questa circostanza, unita alla passione sfrenata che mi ha letteralmente rapito, mi spingerebbe ogni volta a scriverne dei poemi, motivo per cui ho deciso di affidare il compito a delle pubblicazioni esaustive in tal senso; voglio però aggiungere a chiosa di questo breve articolo un ulteriore elemento in cui si palesa in forma del tutto non incidentale il fatto che a metà del XV° secolo, in capo agli esponenti che parteciparono al Concilio che si tenne a Firenze nel 1438, erano disponibili informazioni molto dettagliate sull’esistenza e la dislocazione del continente americano al centro dell’Oceano Pacifico.

Non bastasse ciò a costituire una notizia straordinaria, che da sola scardinerebbe la fragilità dell’impalcatura su cui si è costruita la mendace ricostruzione della scoperta dell’America da parte dell’inesistente Cristoforo Colombo, si aggiunga la meticolosità rappresentativa con cui Piero della Francesca ritrae le coste nordamericane, quasi avesse avuto a disposizione mappe estremamente precise da consultare e riprodurre, al punto tale da ipotizzare delle vedute addirittura satellitari, tanta è la precisione del tratto espresso.

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Quando nel 2010 per la prima volta, attraverso una mia pubblicazione dal titolo Anamorphosis, ipotizzai la paternità leonardesca in capo al planisfero di Palazzo Besta a Teglio riportatovi in visione precedentemente, ebbi a sottolineare la sua precisione affermando una cosa che ai più poteva sembrare totalmente fuori luogo: “Questa è una rappresentazione fotografica satellitare della terra come emerse dopo il diluvio universale”. Mi ha colpito non poco tempo fa trovare un disegno di Athanasius Kircher che ritraeva un planisfero, sul quale capeggiava una scritta: “GEOGRAPHIA CONJECTURALIS DE ORBIS TERRESTRIS POST DILUVIUM”, in cui sembra che il Gesuita volesse mettere in confronto grafico le terre emerse dopo il diluvio e quelle che invece lo erano prima del diluvio.

Ed ecco allora quanto può apparire ancora più strano osservando la rappresentazione dell’America offertaci da Piero della Francesca rispetto al fatto già di per sé straordinario che egli rappresenti il continente nordamericano nel 1451.

Se osserviamo bene l’immagine dell’affresco, notiamo che la Florida è raffigurata decisamente più rigonfia rispetto alla stessa così come la si può osservare utilizzando le immagini di Google Earth; addirittura, nella rappresentazione offerta da Piero della Francesca, nel versante orientale della Florida, quello che si affaccia sul Mar dei Caraibi per intenderci, appaiono due speroni che non corrispondono a quanto si può osservare dalla visione reale della Florida ad oggi.

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Ecco allora che ci troviamo dinanzi all’ennesima risultante inattesa: l’America dipinta da Piero della Francesca nel 1451 si riferisce ad una rappresentazione della stessa anteriore al Diluvio Universale, che coincide con quanto da Google Earth attiene alle terre sommerse; allora ricompare non solo lo sperone della Florida, ma anche quella sorta di “lago” che è nella versione di Piero della Francesca e che invece nella visione odierna è una piccola fossa oceanica tra la Florida e Cuba.

Osservando di nuovo il planisfero di Kircher, dunque, sembrerebbe che egli intenda rappresentare sia le terre emerse e sia quelle sommerse dopo il diluvio. Questo particolare non è di poco conto, in quanto ci dice con ogni probabilità che in certi ambienti dell’epoca, e forse anche oggi, ci sono ancora in circolazione le matrici delle carte che poterono osservare Piero della Francesca, Leonardo da Vinci e tutti coloro i quali, prima della fumosa vicenda della scoperta dell’America per mano di Cristoforo Colombo, ebbero modo di consultarle.

A questo punto, com’è nel mio stile (ovvero proprio di colui che vuole stimolare un approfondimento attraverso una provocazione seppur documentale e per nulla fantasiosa), vorrei anticipare allora qualcos’altro in merito a queste vicende, in attesa di svilupparlo compiutamente in un lavoro letterario; nel dipinto di Piero della Francesca, Pandolfo Sigismondo Malatesta è accompagnato da due levrieri, uno bianco e uno nero; non mi è dato, al momento, di appurare se fossero i suoi cani o alludessero ad altro tipo di rimando simbologico.

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C’è però una cosa curiosa e interessante che lega nuovamente l’America, Piero della Francesca e Botticelli: Nastagio degli Onesti.

Nastagio degli Onesti è il protagonista di una novella della Quinta giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio, dedicata agli amori dapprima contrastati e poi conclusi felicemente. La storia di Nastagio degli Onesti è stata illustrata da Sandro Botticelli nel 1483 su commissione di Lorenzo il Magnifico per fare un dono nuziale a Giannozzo Pucci e Lucrezia Bini: le quattro tavolette sono oggi disperse tra Madrid e Firenze.

A questo punto abbiamo una serie infinita di curiosità che forse vale la pena di elencare:

–        La Venere è la stessa della rappresentazione della nascita della Venere di Botticelli, ovvero Simonetta Cattaneo, figlia di banchieri genovesi, sposata con Marco Vespucci.

–        La Venere viene inseguita da un cavaliere (Giuliano de’ Medici) mentre viene addeentata e quindi acciuffata da due cani, levrieri, uno bianco e uno nero, proprio come quelli di Pandolfo Sigismondo Malatesta;

–        La Venere viene Accoltellata alle spalle, mentre Giuliano de’ Medici le sfila il coltello dalla schiena e Lorenzo de’ Medici sfugge; sembrerebbe tanto la rappresentazione di una cosa tanto anelata, sottratta con l’inganno, in conseguenza della quale l’immagine di Giuliano richiama un accoltellamento alle spalle e Lorenzo si salva scappando: sembrerebbe la Congiura de’ Pazzi, curioso davvero, come conseguenza di un viaggio con tre caravelle, le stesse che si vedono alle spalle della prima e della terza rappresentazione.

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Ma non abbiamo finito qui con le curiosità: provate a indovinare come si chiamava il padre di Amerigo Vespucci? Nastagio!

E sapete come si chiamavano le tre sorelle di Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico?

Nannina, detta Nina; Bianca, semplicemente detta Pinta, per via del privilegio di un paio di dipinti in cui Botticelli la ritrasse e Maria, madre di Luigi de’ Rossi, cardinale fedelissimo di Papa Leone X (e per questo detta la Santa).

Non pensiate sia finita qui.

Dicevamo di Bianca, detta la Pinta; sapete chi sposò? Guglielmo de’ Pazzi, nel 1459, che in virtù della sua parentela coi Medici permise al resto della famiglia di avvicinare Giuliano e Lorenzo de’ Medici e colpirli a tradimento.

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Un’ultima indicazione, derivante dall’osservazione di questi quattro dipinti, è relativa al porto da dove vengono fatte partire le caravelle nel primo dipinto, che precede l’attentato a Giuliano, e dunque descrive un viaggio anteriore al 1476: Portovenere. Ricordo che Simonetta Cattaneo, sposata con Marco Vespucci per volere del padre Piero, ma corteggiata profondamente da Giuliano de’ Medici per la sua avvenenza assoluta, era originaria proprio di Fezzano di Portovenere.

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Penso quindi di poter definitivamente affermare, dopo quanto scritto e mostrato, che Piero della Francesca dipinge nel 1451 la prima rappresentazione moderna del continente americano, seppur in riferimento a un periodo molto antico, anteriore al Diluvio Universale mitologico  (che a questo punto tanto mitologico non può più essere, anche in virtù della puntualità rappresentativa del dipinto in questione).

Del planisfero di Leonardo da Vinci ho già ampiamente trattato in altre sedi, e vi tornerò prestissimo.

Per quanto invece attiene a Botticelli, posso affermare che non solo ci consegna, attraverso la nascita di Venere, una mappa del mondo anteriore alla sua presunta scoperta da parte di Cristoforo Colombo, ma attraverso la rappresentazione pittorica di una novella del Decameron di Boccaccio ci svela anche i retroscena alla base del tradimento nei confronti della famiglia de’ Medici, con buona probabilità da parte delle famiglie Vespucci, Cattaneo e de’ Pazzi.

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Certo, vi domanderete a questo punto cos’altro possa sottoporvi per creare un ulteriore solco di separazione tra quanto scritto nei libri di storia e quanto emerge con sempre più chiarezza essere stato il corso degli avvenimenti reali; ecco allora entrare in scena il personaggio che non ti aspetteresti mai di vedere in un dipinto la cui datazione, 1459, non ne prevederebbe una conoscenza diretta, e che forse rende meno incomprensibile la scritta apposta sotto al planisfero di Palazzo Besta, affrescato da Leonardo da Vinci: Terra Australis anno 1459 sed nondum plena cognita, che curiosamente diverrà “recenter inventa” (ovvero, recentemente scoperta) nei planisferi del XVI° secolo.

Parliamo de La Cappella dei Magi, un famoso ciclo di affreschi ospitato all’interno di Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Situato al piano nobile del palazzo, questo ciclo di affreschi fu una delle prime decorazioni eseguite dopo il completamento dell’edificio da parte di Michelozzo, e rappresenta il capolavoro del fiorentino Benozzo Gozzoli, allievo di Beato Angelico. Questo piccolo spazio costituiva la cappella privata di famiglia e fu realizzata nel 1459. Nelle tre pareti maggiori è raffigurata la Cavalcata dei Magi, che fa da pretesto scenico per rappresentare un preciso soggetto politico che diede lustro alla casata dei Medici, cioè il corteo di personalità che arrivò a Firenze da Ferrara in occasione del Concilio del 14381439, secondo quella modalità cronicistica in capo agli artisti rinascimentali cui ho più volte fatto riferimento.

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Fu in questa occasione che i Medici ebbero l’onore di presiedere al tentativo di riunificazione fra la chiesa latina e quella bizantina. In realtà questo accordo rimase solo sulla carta, a motivo del fatto che la chiesa latina non voleva accettare di concedere un ruolo paritetico a quella bizantina, determinando di fatto la caduta definitiva di Costantinopoli, avvenuta nel 1453 senza alcun vero aiuto da parte del Papa e dei signori occidentali.

E’ in questo ciclo di affreschi che compare per la prima volta un giovanissimo Leonardo da Vinci, ritratto in un ideale passaggio di consegne tra lui e Gemisto Pletone, dietro il quale viene seminascosto.

Nell’ideale sviluppo con cui i dipinti sono legati l’uno all’altro, troviamo in situazioni contrapposte e con gli stessi copricapi, le tre sorelle de’ Medici (di cui vi ho appena accennato in ordine al nome delle tre caravelle), figlie di Piero il Gottoso da una parte e, congiunto dalla solita rappresentazione schematizzata del continente nordamericano (con il golfo del messico vicino alla pianta a destra), troviamo un personaggio che, all’epoca in cui questo dipinto è stato fatto non doveva nemmeno rientrare nell’immaginario di chicchessia: un Indio!

Come fatto precedentemente, permettetemi un paio di considerazioni a corollario di quest’ultima immagine:

–        Seminascosto dall’Indio c’è Gemisto Pletone, come a indicare chi c’è dietro questa presenza inattesa;

–        Il primo personaggio a sinistra della fila in alto è Vlad III di Valacchia, il famosissimo Conte Dracula dell’omonimo romanzo di Bram Stoker.

Va da sé che non sia quest’ultima la notizia di rilievo, bensì il fatto che Vlad III, come suo padre, faceva parte dell’Ordine del Drago, creato nel 1408 da quell’Imperatore Sigismondo Re d’Ungheria che richiama alla memoria Pandolfo Sigismondo Malatesta e il dipinto in cui compare la mappa del nordamerica descrittavi; come Pandolfo Sigismondo, Vlad III si adoperò contro i Turchi, per proteggere la Cristianità; a Buda ebbe modo di conoscere Mattia Corvino, il futuro Re d’Ungheria, detentore di una mappa datata 1470, che ancora non ho avuto modo di analizzare adeguatamente.

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Nel dipinto di Benozzo Gozzoli, l’Indio raffigurato presenta caratteristiche somatiche quantomeno singolari rispetto a tutti gli altri personaggi raffigurati, in cui vi sono senza ombra di dubbio personaggi orientali e afro. Trovarsi dinanzi un personaggio dai tratti amerindi desta senz’altro più di una curiosità, confermata dall’analisi del copricapo che lo contraddistingue e da quello che si può leggere in ordine alle gerarchie del popolo Inca.

L’Inca supremo, detto Qhapaq Inca, ovvero signore assoluto, godeva di altri appellativi. I suoi sudditi erano soliti rivolgersi a lui chiamandolo Sapa Inca, unico signore, ma anche “Intip Churin”, figlio del Sole o “Guaccha Cconcha”, protettore dei poveri;  le sue insegne erano costituite dalla “mascapaicha” una fascia che gli cingeva la fronte, sormontata dal llautu, una frangia di cordoncini rossi, circondati d’oro, che pendevano sulla fronte e il suo capo era ornato da tre piume nere dell’uccello sacro Curiquingue che solo lui poteva portare.

Ancora, non sono le singole mappe che compaiono qui e là a stupirmi; è naturale che con il flusso di libri e carte antiche portate da Bisanzio, qualche antico portolano potesse avere raggiunto i cartografi e i matematici italiani riuniti a Firenze in occasione del Concilio. Quello che invece mi desta stupore infinito è osservare, nel 1459, ritratto un Indio d’alto lignaggio, e il fatto che i suoi tratti siano decisamente così simili a quelli di Pachacùtec, il fondatore dell’impero Inca che contribuì a unificare in un unico dominio diversi paesi dell’America meridionale, e come vi sia assonanza tra questo straordinario Imperatore e Vlad III, il quale sembrerebbe avere acquisito i suoi usi e costumi in conseguenza di questo viaggio, compreso l’abitudine di impalare i propri nemici.

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Non è impensabile allora ipotizzare che prima del viaggio cui fa allusione Botticelli nei suoi dipinti, che vede la famiglia Medici in qualche modo defraudata della scoperta del nuovo continente, fosse stato effettuato un viaggio di ricognizione antecedente; a questo viaggio fa con ogni probabilità riferimento il dipinto di Piero della Francesca, ideato con la benedizione e le carte fornite da Gemisto Pletone e sponsorizzato dalla famiglia de’ Medici. Se, come detto poc’anzi, gli artisti rinascimentali fungevano da cronisti dell’epoca inserendo nei propri dipinti elementi di cronaca puntuale, allora possiamo ipotizzare che il viaggio vide coinvolto anche Papa Nicolò V, che mise a disposizione le flotte navali vaticane, mentre dal punto di vista pratico e materiale vennero coinvolti Vlad III e Pandolfo Sigismondo Malatesta, mentre alla guida della spedizione vi era Ciriaco da Ancona, conosciuto come il primo vero archeologo della storia moderna, ritratto da Benozzo Gozzoli proprio al fianco dell’Indio.

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Autore di innumerevoli viaggi, mi piace ricordare le parole significative con cui Leonardo Aretino descriveva l’attività di Ciriaco d’Ancona: “Sopporterai mari e venti, e la furia delle tempeste, per accumulare le più grandi ricchezze, ma non cercherai gemme, né l’oro dal colore del sole. Come un assetato tu cercherai le antichità perdute, e pensieroso contemplerai le meraviglie delle piramidi e leggerai ignoti scritti simili a figure di belve”.

Forse alla luce di queste mie scoperte, le parole dell’Aretino assumono tutt’altro rilievo, e magari non attengono all’Egitto bensì proprio al Perù. In tal caso, è presumibile che per l’occasione si scelse di raggiungere le Americhe navigando verso Oriente, approdando così sulle coste occidentali mesoamericane, da dove era sicuramente più semplice raggiungere il Perù che non attraverso un approdo nei Caraibi. Questo elemento renderebbe allora plausibile la presenza nel dipinto di Benozzo Gozzoli di Pachacùtec, il più famoso degli imperatori Inca, morto nel 1460.

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A quel punto, dunque, ciò che incontrarono gli artefici di quel primo viaggio di ricognizione determinò la sete di conquista che scatenò tutto ciò che in conseguenza accadde: congiure, inquisizioni, personaggi creati di fantasia e tutto quanto sapete già e che è scritto sui libri di storia. Si spiegherebbe così perché nei primi anni successivi alla scoperta dell’America si instaurò una vera e propria linea diretta tra il perù e Siviglia, difficilmente comprensibile altrimenti.

Non chiedetemi, ora, di spiegarvi come mai nel compimento di questo mio percorso, nato tre anni fa studiando il planisfero di Palazzo Besta e attribuendolo a Leonardo da Vinci nella negazione assoluta di qualsivoglia attribuzione accademica, io sia giunto a scoprire in Perù il Paititi, ovvero l’El Dorado descritto dai Conquistadores spagnoli, forse il motivo di tanta alacrità e di quanto oggi regoli gli assetti socio-politici-economici del mondo intero.

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Come scriveva Lin Yu-t’ang: “Un buon viaggiatore è colui che non sa dove sta andando”.

Per ora concedetemi per l’eventuale approfondimento di rimandarvi al sito che descrive quest’altra scoperta:

Si dice che il buon storico non può cambiare il corso della storia, e questo è verissimo, ma solo conoscendo il nostro passato possiamo interpretare il presente.

Vi prenderà per pazzo chi, non udendo alcuna musica, vi vedrà danzare”.

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